Il 28 maggio presso il cortile del Palazzo della Signoria l’incontro con lo storico torinese Carlo Greppi, classe 1982, ha posto fine all’undicesima edizione del Progetto Frammenti dal Novecento dell’I.I.S. Galilei di Jesi, dedicato quest’anno alla tematica del lavoro, in particolare all’articolo 1 della Costituzione. A condurre le fila della serata le docenti Maria Cristina Casoni, Chiara Pasquinelli e Stefania Schiavoni, che con la collega Ilaria Sebastianelli costituiscono il gruppo di lavoro dei Frammenti, un progetto con forte radicamento sul territorio, per la collaborazione tra l’altro con l’ANPI, l’ATGTP, la Pinacoteca civica, l’Istituto Gramsci, l’amministrazione comunale e Laura de Lutiis dell’Ortolibreria. L’autore Carlo Greppi opera in diversi ambiti, per cui ricorderemo solo alcune opere. Al mondo dei ragazzi ha dedicato il manuale della Laterza Trame del tempo e i tre romanzi La storia sei tu. 1000 anni in 20 nonni, Bruciare la frontiera e I Pirati delle Montagne. Greppi si occupa inoltre di metodologia della storia, cui appartengono La storia ci salverà e Storie che non fanno la Storia, ma da ricordare in particolare anche Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo – (Perrone) – che salvò Primo -(Levi) e la Storia internazionale della Resistenza italiana. Carlo Greppi era stato contattato in origine dal gruppo dei Frammenti per indagare sulla professione dello storico. Nel marzo di quest’anno è però uscito il suo quindicesimo libro, il toccante saggio Figlia mia – vita di Franca Jarach, desaparecida argentina scomparsa ad appena diciotto anni nel giugno del 1976, con un “volo della morte” partito dall’ESMA, la Escuela de Mecánica de la Armada, la scuola per la formazione degli ufficiali della Marina Argentina di Buenos Aires, nota come il più grande e attivo centro di detenzione illegale e tortura delle persone sgradite al regime. Nel capitolo iniziale del saggio l’agghiacciante volo da 4000 metri di altezza all’oceano viene descritto in modo scientifico nei suoi devastanti effetti su un corpo umano narcotizzato. Proprio su Figlia mia si è soprattutto incentrata la serata. Franca Jarach nacque nel 1957 a Buenos Aires da genitori ebrei italiani sfuggiti alla Shoah. La sua fu una famiglia particolare, inseguita dalla violenza della storia, molto amante della letteratura e capace di trasmettere alla più giovane “un’insopprimibile e tenace vitalità in tutti i campi: la vita, la conoscenza e la cultura”. Il padre di Franca, scomparso nel 1991 fu un ingegnere “anomalo” per la sua spiccata creatività, mentre la madre Vera, ancora vivente, è un’attivista, scrittrice e giornalista che con energia e invidiabile ottimismo ha inseguito per decenni la verità sul destino della sua unica e tanto desiderata figlia, nata dopo nove anni di matrimonio. Franca viene ricordata come una ragazza sensibile che “brillava tutto il tempo” e che sembrava destinata a lasciare un “segno indelebile” dovunque passasse. Leggeva moltissimo, praticava diversi sport tra i quali lo sci e il canottaggio, suonava il flauto dolce e quello traverso, componeva poesie e fin da piccola disegnava e dipingeva come il padre. Era animata da un profondo senso della giustizia e assetata di conoscenza. Nonostante gli eccezionali risultati scolastici, la sua massima aspirazione era quella di diventare semplicemente una maestra. Iscritta ad una delle migliori scuole superiori del Sudamerica, maturò molto rapidamente. Tra i 15 e i 16 anni prese parte ai movimenti studenteschi, aderì ad iniziative per cambiare i programmi scolastici e i sistemi di studio, ribellandosi alla politica repressiva. Espulsa da scuola, rifiutò di tornarci una volta riammessa, affrontò la maturità da privatista ed iniziò a lavorare. Fu sequestrata poco dopo aver preso parte all’Unión de Estudiantes Secundarios, associazione culturale e sportiva creata dal governo peronista nel 1953. Lo storico torinese ha ricostruito minuziosamente le vicende della famiglia Jarach grazie alla notevole quantità di fonti storiche, tra le quali 600 fotografie (nel libro se ne trovano 57), un diario sparso di Franca consistente in diciotto facciate scritte dopo il colpo di stato cileno del 1973, nonché la registrazione audio dell’ultima, falsamente rassicurante telefonata della giovane ai genitori l’11 luglio 1976, un depistaggio voluto dai suoi aguzzini. Alla “breve vida” di Franca è dedicata anche la mostra “Umanizzare la storia”, visitabile fino al 20 giugno al Palazzo del Rettorato dell’Università di Torino, un modo per riflettere sulla memoria e sulle responsabilità da assumersi nel condurre ricerche storiche.
Servizio di Cristina Franco
(Articolo pubblicato su Voce della Vallesina)





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