Nella mattinata del 16 gennaio cinque classi quarte dell’I.I.S. Galilei di Jesi hanno riempito il teatro “Il Piccolo” per la visione di un docufilm su Alberto Paolini e l’incontro con la regista Anna Maria De Luca. A condurre l’evento Gilberto Maiolatesi, responsabile della Comunità Alloggio “Soteria”, che accoglie adulti del territorio con problemi psichiatrici. L’iniziativa, paragonabile ad un articolato laboratorio di cittadinanza, fa parte del progetto “Malati di niente”, nato nel 2000 su iniziativa di un gruppo di operatori della Comunità “Soteria”, che cominciarono ad organizzare convegni ed incontri con studenti per combattere pregiudizi e stigmi, valorizzando le differenze. La mattinata al Piccolo si è aperta con la visione del trailer e poi dei dodici minuti del docufilm vero e proprio, nel quale Alberto Paolini si racconta direttamente agli spettatori. Nato a Roma nel novembre del 1932, a cinque anni perse il padre, portiere di un palazzo. La madre, pur lavorando come donna delle pulizie, non riusciva a mantenere i suoi figli, che vennero divisi in due collegi diversi. Alberto rimase presto orfano anche della madre e finì in un orfanotrofio retto da suore non troppo tenere, date le punizioni inflitte a chi non stava zitto. Introverso e timido, Alberto venne preso in adozione da una ricca signora svizzera che voleva ottemperare ad un voto fatto alla Madonna. Come se si trattasse di uno stupido giocattolo rotto, la signora, trovandolo noioso, poco loquace e di non molta compagnia, dopo poco più di due mesi lo riportò in orfanotrofio. Le suore però non poterono più ospitarlo, per cui, per volere di quella che comunque Paolini chiamerà sempre “la mia benefattrice”, nel marzo del ’48 finì sedicenne relegato nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà, una vera “città nella città”, con 37 padiglioni immersi in un parco di centotrenta ettari. Vi rimarrà fino al1990, pur senza una diagnosi di pazzia. Un’eternità, ben quarantadue anni, ma il suo purtroppo non fu un caso isolato. Si calcola che questo fu il destino di circa il 40 – 45% delle persone chiuse in manicomio, senza grossi problemi mentali, ma considerati come scarti della società da nascondere sotto il tappeto. Come fu possibile una tale assurdità? Alberto non aveva altri parenti e Roma si stava preparando per il giubileo del 1950 “ripulendo” le strade da derelitti e senzatetto. Nel cosiddetto padiglione sei, dove per fortuna restò pochissimo, Paolini subì tre elettroshock. Questa tecnica venne sviluppata da Ugo Cerletti negli anni Trenta come metodologia più economica per la cura degli schizofrenici, abitualmente trattati con insulina e metrazolo, oppure sottoposti a un disumano shock termico tramite immersione in vasche con ghiaccio. Cerletti arrivò a prescrivere questa discutibile terapia, in grado di causare anche fratture osse, osservando i maiali che venivano anestetizzati con una scarica elettrica prima di essere portati al macello. Paolini lavorò per un certo periodo nella tipografia del manicomio. Qui ebbe occasione di auto formarsi, diventando una persona colta, molto più di chi segue un normale corso di studi. Per tutta la parte iniziale della sua vita Alberto fu obbligato al silenzio. Potrebbe essere stata proprio la lettura a sbloccarne il linguaggio, tanto che si dedicò alla composizione di poesie. Le scrisse in caratteri molto piccoli su pezzi di carta trovati qua e là, soppesando bene il valore delle parole. Agli ospiti del manicomio non era infatti concesso di possedere neanche un quaderno, ma solo quanto poteva stare nelle tasche di giacche e pantaloni. Durante l’incontro è stato letto uno dei suoi suggestivi componimenti, “Fra ragni e moscerini”. Descrive perfettamente l’allucinante esperienza di vita nel nosocomio, luogo paragonato al “ragno” che dopo la cattura dell’insetto ne succhia tutta la linfa vitale, riducendolo ad uno scheletro. Per Paolini non fu facile neanche uscire dal manicomio, che negli ultimi anni era divenuto meno alienante grazie all’apertura al mondo, consentendo l’ingresso di esterni. Lui, che era appassionato di storia ed astronomia, a quasi settant’anni dovette costruirsi da zero una certa autonomia, imparando a cucinare, a rifarsi il letto, adeguandosi a vivere in un appartamento con altre due persone totalmente prive però dei suoi interessi. Continuò tutte le domeniche a tornare in quello che nonostante tutto, era stata la sua vera casa, il manicomio. Alberto è morto il 31 gennaio 2025, a 92 anni, assistito per qualche mese dopo una caduta che gli aveva fratturato un femore. «È stato un formatore per noi – ha affermato Maiolatesi – ci ha insegnato il perdono. […] Il pericolo di ricreare manicomi esiste. Finché voi studenti continuerete a organizzare letture ed attività rivolte alle persone della comunità Soteria, riuscirete a farli uscire dalla loro realtà contingente. Voi potete fare meglio di noi.» L’assessore ai Servizi Sociali del comune di Jesi, Samuele Animali, ha invece rivelato che il docufilm ha suscitato in lui riflessioni sulla mancanza di responsabilità da parte di tutta la comunità. «Ci scordiamo degli anziani, dei malati di Alzheimer, delle vittime della guerra». Il complesso di Santa Maria della Pietà, iniziato un processo di dismissione dei pazienti durato ben ventidue anni, a partire dal 1978 con la legge Basaglia, si è trasformato oggi in una varietà di enti e servizi, che includono dal 2000 il Museo Laboratorio della Mente, adatto per la sensibilizzazione sulla storia della psichiatria e sulla condizione della malattia mentale. All’interno l’ascolto di due o tre voci sovrapposte permettono l’esperienza di quanto percepito dai malati. Il museo è attualmente in ristrutturazione, ma se ne può fare un tour virtuale gratuito. Per diversi anni classi del Galilei lo hanno visitato grazie ad autobus messi a disposizione tramite finanziamenti trovati dal Comune e dal responsabile della Comunità Alloggio “Soteria”. Quanto rimane delle poesie di Alberto nel 2016 è stato pubblicato nel libro “Avevo solo le mie tasche. Manoscritti dal manicomio”. Anna Maria De Luca ha spiegato di aver conosciuto lo sfortunato poeta proprio in occasione della presentazione del volume. Ne era sorta un’immediata e forte amicizia, come anche accadde con molti jesini che lui veniva spesso a trovare dopo aver chiesto permessi. «È facile identificarsi con Alberto, perché può succedere a tutti. – ha osservato la regista, rimastagli vicino negli ultimi tempi in ospedale – Ebbe una grande pazienza per tutta la vita e non si espresse mai con parole di odio e di rabbia. Mi disse solo che non gli piacque essere abbandonato in manicomio. Rimase gentile nonostante tutto. È necessario uscire dal giudizio e rimanere nella comprensione, chiave della compresenza civile e della democrazia. Non bisogna fare muro davanti a idee diverse, ma adottare il punto di vista del prossimo.» Congedandosi dagli studenti la regista ha augurato ai presenti di mantenere viva la curiosità, di continuare a leggere e a formarsi, allenando la memoria, oggi indebolita dall’uso spasmodico dei cellulari. Il laboratorio di cittadinanza per gli studenti del Galilei continuerà con altre sei ore di incontri presso il loro istituto.









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