Inquietante. Grottesco. Spietato. Allucinante. Ecco alcuni aggettivi per definire lo spettacolo “Ubu re Ubu chi”, cui la mattina del 29 gennaio hanno assistito al Teatro Moriconi anche quattro classi dell’indirizzo biotecnologico dell’IIS Galilei di Jesi. La rappresentazione, anteprima giovani del medesimo spettacolo in programma il giorno seguente, fa parte della seconda edizione della rassegna Fair Play, dedicata alla scena contemporanea e promossa dal Comune di Jesi, dalla Fondazione Pergolesi Spontini, con la direzione artistica ed organizzativa del Teatro Giovani Teatro Pirata e con il contributo di Regione Marche e del MiC. L’“Ubu re Ubu chi” che la compagnia teatrale toscana KanterStrasse propone dal 2018, deve la sua drammaturgia e regia a Simone Martini, anche interprete nel ruolo del folle sovrano di Polonia, ex capitano dei dragoni. Ad affiancarlo Daniele Bonaiuti, nelle vesti di Madre Ubu, la real consorte, un donnone corpulento e minaccioso, e Alessio Martinoli, che recita in più ruoli, tra cui quello dei ministri giustiziati con estrema nonchalance dal sovrano. Lo spettacolo riprende il famoso “Ubu Roi” del drammaturgo francese Alfred Jarry, opera prima di una quadrilogia andata in scena per la prima volta a Parigi nel 1896 e considerato una pietra miliare del teatro dell’assurdo. Non sarà stata irrilevante per gli esiti della drammaturgia di Jarry l’influenza delle sue origini. La madre, solita travestirsi da uomo, venne presto internata in manicomio, ma anche lo zio materno dava evidenti segni di follia. Jarry fondò la patafisica, una logica dell’assurdo, uno schema metafisico eccentrico e una parodia della metafisica, che ha successivamente ispirato vari scrittori, pittori, critici, cineasti, matematici e filosofi, tanto da essere ritenuta un’autentica corrente artistica. I due protagonisti del dramma, la coppia Padre e Madre Ubu, bloccati all’interno di un dipinto del Seicento, come ad alludere alle loro insaziabili fissazioni, portano in scena l’eterna, attualissima questione della gestione del potere, spinto fino alle più avide e sanguinose conseguenze. Alfred Jarry, che faceva uso di alcool puro e assenzio, morì di meningite tubercolare a soli trentasette anni. Scrisse l’“Ubu re” ispirandosi al Macbeth mentre era alle superiori, inserendo nel copione alcuni personaggi ispirati a professori e compagni di classe. «È un testo che prima o poi tutti noi che facciamo questo lavoro vogliamo affrontare. – ha rivelato a fine spettacolo Simone Martini – È diventato un classico che si mantiene sempre attuale, fa parte dei nostri cicli storici. Dopo un po’ la memoria storica si affievolisce e si ricasca negli stessi errori. L’opera è un ragionamento sull’influenza del potere sulle persone e racconta di eventi che accadono anche oggi. Non ce ne rendiamo conto, ma in un attimo possiamo restare privi qualcosa che pensiamo ci spetti incondizionatamente. In realtà si comincia sempre con il perdere piccoli diritti. Il teatro racconta di noi, non segue il momento. La differenza con i dittatori di oggi è che quelli che abbiamo rappresentato, alla fine della storia, perdono tutte le ricchezze e vanno a far danni altrove; quelli di oggi invece scappano all’estero a godersi i soldi.» La rassegna Fair Play proseguirà fino al 1° aprile con appuntamenti teatrali di qualità e a prezzi molto convenienti, per avvicinare ancora di più il pubblico al teatro.










0