Il 16 aprile otto classi dal I al IV anno degli indirizzi bio e les dell’I.I.S. Galilei di Jesi si sono riunite in due turni presso la Biblioteca Planettiana per l’incontro con l’illustratrice Sonia Maria Luce Possentini e il fotoreporter Mario Boccia, autori dell’albo “La fioraia di Sarajevo”, della casa editrice Orecchio Acerbo, libro vincitore nel 2022 del Premio Malerba. La Possentini, che ha iniziato a lavorare per l’editoria nel 2008, ha illustrato finora 111 libri. Fu lei a proporre la realizzazione dell’albo a Boccia, un giornalista e fotografo che lavora soprattutto sui conflitti e sulle loro conseguenze sociali, mantenendosi lontano dal sensazionalismo, facendo sempre dei suoi scatti uno strumento etico e sociale, comprensibile da tutti. Intervistare gli autori ed animare la mattinata con varie attività è stato compito degli studenti della III B bs, della IV D les e della III e IV Aba, coordinati dalle docenti Maria Cristina Casoni e Stefania Schiavoni. La mattinata è rientrata nell’ambito del progetto d’Istituto “Frammenti dal Novecento”, in particolare nel Festival “Terre Contese”, in un percorso sulla memoria cui hanno partecipato con progetti diversi altri istituti jesini, come il Liceo Artistico Mannucci e il Liceo Classico Vittorio Emanuele II. La tematica del Festival “Terre Contese” è scaturita dall’interesse per le guerre balcaniche e per le situazioni in cui il rispetto per i diritti umani è stato compromesso, basti pensare al genocidio di Srebrenica, in Bosnia-Erzegovina, dove nel luglio del 1995 avvenne il primo genocidio europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad opera delle truppe paramilitari serbo-bosniache di Ratko Mladič. Nei mesi scorsi la preparazione degli alunni della IV D les è stata arricchita dalla partecipazione ad un laboratorio di Arte e Letteratura presso la Pinacoteca Civica, con la guida delle professoresse Ilaria Sebastianelli e Chiara Pasquinelli, laboratorio che ha coinvolto l’Istituto Comprensivo Borsellino. All’inizio dell’incontro gli studenti hanno consegnato a parte del pubblico quadrati di carta rosa, azzurra o blu, chiedendo poi di spostarsi vicino a persone con foglietti dello stesso colore, così da far comprendere, in modo semplice, il disagio dell’essere schedati per una sola caratteristica etnica / religiosa. A questo tipo di inquadramento ha cercato di resistere con dignità “La fioraia di Sarajevo”, una donna di mezz’età incontrata da Mario Boccia al mercato di Baščaršija nel febbraio del 1992, prima dell’inizio della guerra in Bosnia. Nella sua povertà, lei gli offerse una tazza di caffè e i due cominciarono a parlare. Il fotoreporter la rivide nel dicembre del 1992, in una città ormai sotto l’assedio terribile che la stringerà per quattro anni con il risultato agghiacciante di più di undicimila civili uccisi, tra cui più di mille bambini. Una guerra che prese alla sprovvista i civili, abituati da secoli alla pacifica convivenza multietnica tra serbi, croati e musulmani. Quando il fotoreporter la ritrovò, la donna era cambiata, dimagrita come i piccoli mazzetti di fiori che si ostinava a vendere, non più veri, ma di carta. La fioraia non volle mai rivelare la sua etnia e il suo nome, per rimarcare la propria appartenenza ad una comunità che mai avrebbe voluto vedere smembrata e decimata. Difese il “noi”, non schierandosi da nessuna parte. Anche quella donna ad un certo punto fu vittima dei cecchini. Oggi al mercato di Sarajevo il posto della fioraia immortalata da Boccia, perché colpito dal suo sguardo profondo, è stato preso dalla di lei cognata. Il fotoreporter le ha regalato una cinquantina di copie dell’albo tradotto in bosniaco, rispettando la volontà di far rimanere la sua amica senza una identità precisa, perché “le vittime sono tutte uguali, non ci sono popoli buoni o cattivi”. L’albo ha splendidi disegni dove i colori scuri in genere, l’oscurità delle sagome e la luce di colore dei fiori rappresentano la lotta tra la forza della vita e la distruzione della guerra. Interessanti le altre attività organizzate dagli studenti e le domande poste nel corso dell’incontro. I due autori sono stati chiamati, ad esempio, a prendere da una cesta, uno degli oggetti rappresentati nelle pagine dell’albo, giustificando poi la propria scelta. Boccia ha anche commentato numerose foto scattate a Sarajevo nel corso della sua pericolosa missione. Alcune ritraggono bambini di diverse etnie che, con la guerra in corso, giocano e trascorrono la vita insieme. Una sconfitta per i nazionalisti, che vorrebbero odio dovunque. Altre foto rappresentano la distruzione materiale, culturale e identitaria della città, attuata per colpire la memoria e la convivenza civile, il cosiddetto “urbicidio”, attuato il 25 agosto del 1992 con l’incendio della Biblioteca di Sarajevo, in cui furono distrutti più di due milioni di volumi, perché “la cultura è un’arma contro tutte le guerre”. L’incontro si è quindi rivelato prezioso per aver suscitato riflessioni sull’assurdità di tutti i conflitti, sul valore prezioso della pace e sull’importanza dello studio e della conoscenza, nonché sulla bellezza della nostra Costituzione, che nell’articolo 11 ripudia la guerra.



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