Siamo soliti parlare di Giovanni Falcone come un eroe, un uomo dalle grandi gesta e, sicuramente non c’è atto migliore di questo per elogiare una persona che ha sempre servito lo Stato fino al sacrificio della sua stessa vita.

Ma Giovanni prima di essere il Falcone che conosciamo e che ormai onoriamo da 30 anni è stato anche un uomo comune, un cittadino come tanti altri, un siciliano legato alla vita, alle tradizioni culturali del suo paese, e all’amicizia.

Un giovane dunque come tanti altri, che prima ancora di diventare magistrato, amava vivere e divertirsi. Frequentava una delle discoteche più famose dell’epoca a Trapani la “Light Ball” che era frequentata anche da magistrati, giornalisti e da tanti altri personaggi importanti della città.

La passione per la magistratura non è stata sempre al centro dei suoi interessi. Quando fini il Liceo Classico infatti scelse di entrare nell’Accademia Navale con l’intenzione di laurearsi in ingegneria, ma anzichè essere assegnato ai corpi tecnici fu assegnato allo Stato Maggiore.

Dopo solo quattro mesi abbandonò l’Accademia e decise di iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza vincendo così il concorso di Magistrato nel 64.

Nel 68 venne trasferito a Trapani dove ebbe l’occasione di stringere una particolare amicizia con Girolamo Loverso, un professore che in seguito divenne ordinario della cattedra di Psicologia Clinica presso l’Università di Palermo.

La conoscenza e la frequentazione con Loverso segnò uno dei periodi più importanti della vita del giudice, perchè gli offrì l’occasione di interessarsi di psicologia e di psicoanalisi.

Grazie a questo interesse il giudice riuscì ad elaborare un’idea più chiara di che cosa fosse la criminalità e di che personalità fosse costituito il mafioso.

Intuì infatti che il criminale mafioso ha un modo tutto suo di pensare, un modo certamente fuori dai normali schemi di azione sociale e collettiva e che per ovvie ragioni è portato a chiudersi in atteggiamenti per lo più apatici e proteso ad evitare contatti stretti ed affettivi. Questo ovviamente non soltanto per ciò che concerne la sfera comunitaria ma anche quella propriamente familiare. Il mafioso infatti acquisisce comportamenti antisociali per esigere rispetto da tutti. Secondo la sua logica più ci si impone malavitosamente più si viene considerati “uomini d’onore”.

Da questi studi il magistrato riuscì a ricavare anche l’idea di che cosa fosse Cosa Nostra, un’organizzazione militare e politica, ma ancor di più un’ entità culturale avente delle proprie norme, un’antropologia, una struttura psicosociale robustissima, una vera e propria “monolite”.

A Trapani solo dopo 4 mesi gli fu affidato in qualità di Sostituto Procuratore l’incarico di occuparsi del processo alla banda Licari, un gruppo mafioso storico di Marsala, che si era macchiato di molti omicidi e di tanti reati. Giovanni si trovò per la prima volta davanti alla mafia vera, quella che uccide indifferentemente, senza guardare in faccia a nessuno. Fu in questa circostanza che iniziò a mostrare il suo carattere ferreo e stabile, proteso a dare inizio ad un processo che nei piccoli particolari assomiglierà a quello che poi sarà il

maxi-processo di Palermo: c’erano infatti 230 testimoni, più di un centinaio tra poliziotti e carabinieri a presidiare il procedimento giudiziale.

Fu in questa occasione che Giovanni divenne Falcone, quello che tutt’oggi conosciamo ed ammiriamo come eroe.

Giovanni arrivò a Palermo verso la metà del 1979 con la fama che si era già conquistato lavorando presso il tribunale di Trapani. Era deciso a raggiungere il suo obiettivo: sconfiggere la mafia.

Viveva in perfetta simbiosi con la sua scorta ed era molto attento a prendere le dovute precauzioni. Si dice infatti che sempre per motivi di sicurezza fosse lui a scegliere il percorso che bisognava seguire per arrivare a destinazione degli appuntamenti in agenda.

Ogni tragitto infatti prevedeva tre possibilità di scelta. Lui era solito scegliersi il percorso all’ultimo momento per evitare così che qualcuno potesse pubblicizzare prima del dovuto la destinazione e concedere così ai mafiosi l’occasione di prenderlo nel mirino. Era inoltre consapevole di una certa responsabilità verso se stesso e verso i suoi cari, in particolar modo verso la cara moglie Francesca Morvillo alla quale proibì per un certo periodo di tempo di seguirlo e di stargli vicino dopo il fallito attentato all’Addaura.

La vita del giudice dall’inizio della sua battaglia contro la mafia è stata sempre nelle mani dei ragazzi della scorta, gli angeli terreni, così come lui abitualmente li chiamava; giovani che erano consci del pericolo che correvano, ma con un orgoglio grande che arrivava alle stelle sapendo di scortare una personalità come Giovanni Falcone.

Quando usciva veniva sempre accompagnato da macchine blindate: di solito ce n’era sempre una in avanti ed un’altra indietro, più altre due volanti di cui una apriva il corteo e l’altra che lo chiudeva; e poi anche un’auto civetta con militari a bordo che percorreva la strada prima di tutti e che tracciava il tragitto. Quando poi doveva percorrere lunghi tragitti c’era anche un elicottero che dall’alto controllava tutto.

Giovanni Falcone si era sempre distinto per le sue straordinarie capacità investigative. A Palermo fu subito contattato da un altro grande magistrato impegnato nella lotta alla mafia, Rocco Chinnici, che lo volle come suo stretto collaboratore. Fu proprio a Falcone che il giudice Chinnici gli presentò l’idea di creare un Pool Antimafia avente come obiettivo principale proprio quello di scompaginare l’intera organizzazione di Cosa Nostra.

E fu cosi che Chinnici gli affidò le indagini del“ Processo Spatola” in Italia e della “Pizza Connection” negli Stati Uniti, ovvero delle grandi inchieste sul traffico internazionale di stupefacenti.

Da questo prese inizio il cosiddetto “Metodo Falcone” che consisteva nello scoprire il movimento di spaccio della droga attraverso i soldi.

Con la morte di Chinnici avvenuta il 29 luglio del 1983 purtroppo si apre un periodo di forte sconforto per Giovanni Falcone. L’attentato al magistrato infatti segnò una tappa fondamentale dell’avvicinamento di Falcone verso la propria fine. Era abbastanza evidente che il venire sempre meno degli amici e dei collaboratori uccisi per mano di Cosa Nostra ( dopo Chinnici furono uccisi anche Beppe Fava capo della Catturandi della Questura di Palermo, Ninni Cassarà Dirigente della Squadra Mobile di Palermo, Rosario Livatino giudice di Canicattì) segnò anche la sua imminente fine.

Fu però in seguito all’uccisione di Salvo Lima, uomo politico democristiano, eurodeputato ed ex sindaco di Palermo che Giovanni Falcone asserì: “Adesso tutto cambia, tutto può succedere. E’ stato tolto il tappo alla bomba”.

Nonostante l’angoscia e lo sconforto però Giovanni Falcone non si lasciò mai perdere d’animo e riuscì sempre ad esternare la grande capacità di resistere agli imprevisti, come quella volta che fu preso come ostaggio nel carcere di Favignana dal detenuto Vincenzo Oliva e dalle tante minacce che subì di persona nei carceri quando interrogava grandi boss mafiosi come Tommaso Buscetta.

Il metodo di Falcone di indagare è stato del tutto originale ed è diventato un patrimonio indiscutibile della magistratura italiana.

Il giudice palermitano non ha hai imbastito processi basati su semplici idee, supposizioni o ipotesi ma bensì su fatti concreti e verificati. Per queste ragioni si è sempre fregiato di non aver dovuto mettere mai in libertà nessuna persona arrestata per errore giudiziario.

E’ andato avanti nel suo lavoro sentendosi sempre sicuro di quello che faceva con alla mano prove investigative attendibili.

Fu da questi presupposti che riuscì ad organizzare il Maxi Processo, uno dei più grandi processi di Mafia della storia, che ha visto coinvolti 460 imputati e che finì con 2600 anni di carcere e 19 ergastoli. Fu un evento storico eccezionale, di grande portata ma che, purtroppo, gli costò la vita.

Il maxi processo però ha segnato anche la fine di Cosa Nostra.

Marco Francesco Eramo Docente di Scienze Umane