Per ricordare chi si è impegnato per aiutare il prossimo e l’ambiente, nella tarda mattinata del 27 gennaio cinque classi dell’IIS Galilei di Jesi ha ascoltato in aula magna Irene Marzetti e Benedetta Macripò della Fondazione Gariwo, una ONLUS con sede a Milano il cui nome deriva dall’acronimo Gardens of the Righteous Worldwide. Le origini di Gariwo risalgono al 1999 e a Gabriele Nissim, che la fondò a Milano allo scopo di diffondere la conoscenza delle figure esemplari di resistenza morale e coraggio civile (i “Giusti”). All’inizio dell’incontro la prof.ssa Margherita Stronati del Liceo classico Vittorio Emanuele II ha sottolineato che si trattava della seconda tappa del progetto “Accendi la memoria”, iniziato al Liceo Mannucci di Jesi e concluso nella serata dello stesso giorno nel suo istituto. La prima a prendere la parola è stata Irene Marzetti, che da quasi cinque anni lavora per Gariwo. «Si diventa “Giusti”, non lo si nasce. Siamo qui per raccontare, dal loro punto di vista, alcune delle oltre 2.000 storie raccolte. I “Giusti” sono coloro che potendo scegliere, hanno optato per la soluzione più equa. Gariwo racconta un incontro di memorie. Quello che permette il cambiamento è la collaborazione. Quanto di negativo accade al singolo individuo rappresenta una ferita per l’intera umanità». Benedetta Macripò ha poi spiegato che insieme alla collega cerca storie e scrive biografie. Non è però un’attività fine a se stessa. «Ognuno nel proprio stato può fare la differenza, può prendersi delle responsabilità. – ha aggiunto – I giusti non sono né santi, né eroi, ma persone comuni che guardandosi attorno hanno visto qualcosa di sbagliato ed hanno scelto il bene.» Le due giovani hanno quindi presentato brevemente la storia di quattro “Giusti” appartenenti a contesti diversi, evidenziando di ognuno la particolare motivazione ad agire. Il chimico sovietico Valerij Legasov (1936-1988), tra i primi ad accorrere sul posto dopo il disastro di Čhernobyl, si rese conto dei rischi per la salute delle persone e fece di tutto per far intervenire le autorità, ma non venne ascoltato. Ammalatosi, morì suicida due anni dopo. La chiave della sua motivazione è il “senso del dovere”, mentre quella di Etty Hillesum (1914-1943), scrittrice olandese ebrea, è “speranza”. Laureatasi in giurisprudenza, studiosa di lingue slave, nel 1942, lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe la possibilità di salvarsi da Auschwitz, ma coerentemente con le sue convinzioni umane e religiose, scelse di condividere il destino del suo popolo. Nei suoi Diari, tradotti in diciotto lingue, scrisse: “Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. Si deve prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio generalizzato è la cosa peggiore che ci sia. È una malattia dell’anima.” Gli ultimi due Giusti presentati agli studenti hanno in comune il fatto di aver lottato contro la mafia. Rita Atria (1974 – 1992), siciliana di Partanna, nel trapanese, persi padre e fratello, affiliati di Cosa nostra, decise di informare gli organi giudiziari dei reati mafiosi di cui era a conoscenza, e per questo venne ripudiata dalla madre, che in seguito distruggerà a martellate la lapide della figlia. Legatasi a Paolo Borsellino come ad un padre, quando questi mori il 19 luglio 1992 nella strage di via D’Amelio si uccise (pare) a Roma gettandosi dal settimo piano di una palazzina. Aveva solo diciassette anni. Poco prima di morire scrisse queste parole: “Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”. Parola chiave e molla all’agire di Rita fu quindi la “consapevolezza”. Piero Nava invece, nato a Sesto San Giovanni nel 1949, è il primo testimone di giustizia della storia italiana. Ex agente di commercio, il 21 settembre del 1990 divenne testimone oculare dell’omicidio del giudice Rosario Livatino. Le sue dichiarazioni inchiodarono subito i responsabili, ma la sua vita ne fu stravolta. Dovette cambiare lavoro, identità e residenza; perse la famiglia, gli affetti più cari, finendo nel programma di protezione dei testimoni. È ancora vivo, ma è come se fosse morto anche lui in quel giorno di settembre di più di trent’anni fa. Nonostante tutto, rimane convinto di aver fatto la scelta giusta. Nel 2020 ha raccontato la sua storia nel libro Io sono nessuno, scritto per “ispirare i giovani nel fare le scelte giuste, perché la mafia e la criminalità organizzata proliferano dove c’è indifferenza”. È evidente che “esempio” è la sua parola chiave. «Le scelte giuste spesso non sono facili – ha concluso Benedetta Macripò – Vorremmo che foste consapevoli che ognuno di voi con quello che ha può fare la differenza. Bisogna provarci, e prima o poi qualche cosa succederà».







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